lunedì 7 novembre 2016

Quando il medico è in errore

IL CASO

La moglie di un mio paziente mi chiama per un appuntamento urgente: il marito ha un dolore fortissimo a livello lombare che gli impedisce di muoversi. Il dolore è insorto bruscamente mentre si stava lavando. Era curvo sul lavandino e non è più riuscito a rimettersi dritto: il classico colpo della strega. 
La moglie aveva in casa degli analgesici intramuscolo, che gli erano stati ordinati dal medico curante un anno fa per una precedente lombalgia, e aveva pensato bene di utilizzarli nuovamente. Questa volta però l'effetto terapeutico non c'era stato, o almeno non così come la volta precedente. 
Quando lo vedo nel mio studio il dolore è leggermente diminuito: parte dalla zona lombare e arriva al lato esterno del ginocchio. Disteso nel lettino riesce a malapena sollevare l'arto inferiore di non oltre 45° dal piano del letto, poi insorge un blocco doloroso. I riflessi sono normali, ma la sensibilità a livello della gamba e del piede sembra diminuita rispetto al lato controlaterale. Mi racconta che durante la visita il medico di base gli ha raccomandato di non rimanere a letto, ma anzi di muoversi nei limiti del possibile; gli ha prescritto un analgesico e un antinfiammatorio, e una radiografia se la situazione non dovesse migliorare. Gli faccio un trattamento con la tecnica di pompage del Bienfait e gli mostro alcuni esercizi posturali da eseguire almeno due volte al giorno. 


Due settimane dopo si ripresenta da me. Sta molto meglio, ma il dolore non è passato del tutto, e ci sono ancora limitazioni e ipoestesie. Teme l'ernia del disco, e ha preso appuntamento per una visita privata presso uno specialista della colonna vertebrale. Gli è stato detto di presentarsi con una RM, e quindi si è nuovamente rivolto al suo medico curante per avere l'impegnativa.
Purtroppo il medico non ha voluto prescrivergli la Risonanza obiettando che eventualmente prima della RM si sarebbe dovuto sottoporre ad una radiografia (RX colonna lombare) seguendo le linee suggerite da una prassi in uso consolidata.
Inoltre gli ha detto che per il suo caso (lombosciatalgia da sospetta ernia lombare) non serve la conferma diagnostica con imaging radiologico perché in ogni caso la terapia e la cura sarebbe stata la stessa di quella che lui gli aveva prescritto.

In questo il medico è in errore
Il paziente è venuto da me molto contrariato perché, come ormai tutti i pazienti sanno, l'ernia non si vede con una lastra e quindi non capisce perché avrebbe dovuto sottoporsi ad un esame (RX lombosacrale) di scarso valore diagnostico per la sua patologia.. E mi chiede se, oltre alla terapia farmacologia prescritta e agli esercizi posturali che sta seguendo, non esista per la sua patologia nessuna altra terapia che non sia l'intervento chirurgico.


Una storia come questa non è certo originale, penso che ogni settimana nel mio studio si presenti una persona nella medesima situazione del mio paziente.
Fatto salvo il percorso di diagnosi differenziale (a cui ogni buon medico curante dovrebbe attenersi con lo scopo di escludere fra varie manifestazioni simili in un dato paziente quelle che non comprendono l'insieme di sintomi e segni riscontrati durante la anamnesi e la rilevazione dei segni clinici, fino a comprendere quale sia quella corretta) che dovrebbe aver portato il medico di base a diagnosticare al mio paziente una lombosciatalgia da probabile meccanismo di compressione meccanica (ernia al disco ?), non si capisce perché il medico non potesse prendere in considerazione, oltre al trattamento conservativo proposto, anche la possibilità di un intervento mini-invasivo come l'infiltrazione di ozono intradiscale effettuata attraverso una guida TAC o con amplificatore di brillanza.


Però per poter suggerire al paziente questo tipo di terapia bisogna fare una diagnosi corretta e precisa dell'ernia discale e della sua localizzazione, oltre ad una verifica della situazione dell'anulus.
Tutto questo abbisogna assolutamente di un percorso che prevede, dopo una diagnosi clinica, una RM.
E non di una procedura che obblighi il paziente a sottoporsi ad una radiografia (RX standard) di nessun valore diagnostico.


venerdì 6 gennaio 2012

Low-back pain ?

Circa 15 milioni di italiani soffrono di mal di schiena in modo più o meno grave e, statisticamente, questa è la prima causa di assenteismo dal lavoro e la seconda di invalidità permanente.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità l’85% della popolazione ne è affetta o ne ha sofferto almeno una volta nella vita.

Chi ne è colpito purtroppo molte volte affronta un itinerario diagnostico e terapeutico estremamente variegato, in una sorta di "ping-pong" specialistico che va dal medico di base all’ortopedico oppure al fisiatra, e nei casi più persistenti dal neurochirurgo.
Tutto ciò avviene perché questa struttura meravigliosa (e complicata) che è la schiena umana non si è ancora adattata alla stazione eretta.

Il problema quindi è provocato dalla “stazione eretta”, la spinta fondamentale all’evoluzione umana, la capacità di stare in piedi e di camminare.

Da quando, nel corso del processo evolutivo, abbiamo perso la posizione “a quattro zampe”, la colonna ha dovuto subire una serie di adattamenti per cui non era stata inizialmente progettata: tutto ciò ha comportato una serie di problematiche strutturali per la nostra struttura portante (colonna vertebrale) aggravate da lavori manuali pesanti (sanità, edilizia, agricoltura) o dallo rimanere per lungo tempo in posizione seduta.
Nella maggior parte dei casi infatti il mal di schiena dipende da un uso scorretto della colonna vertebrale protratto nel tempo. Questo vale sia per chi svolge un'attività in piedi con sollevamento di pesi, ma anche per coloro che devono stare a lungo in posizione seduta per espletare il proprio lavoro. (uso del computer, auto o trasporto merci su gomma).



Il mal di schiena, comunemente chiamato dagli anglosassoni low-back pain, sotto il profilo delle sofferenze e dei costi economici e sociali indotti (assenze per malattia, cure, cambiamenti di lavoro, invalidità) rappresenta uno dei principali problemi sanitari nel mondo del lavoro.


giovedì 5 gennaio 2012

malattia o sintomo ?

Alcuni traumi che subiamo (cadute accidentali, incidenti stradali, colpi di frusta) possono sottoporre in alcuni casi le strutture vertebrali a stiramenti e tensioni che talvolta manifestano le loro conseguenze molti anni dopo segnando il nostro corpo con cicatrici non visibili (perché interne) che con il passare degli anni influenzano l’equilibrio delle strutture (muscoli, legamenti, fascia, dischi) atte a mantenere in maniera dinamica la stazione eretta.
Altre volte è un intervento chirurgico, una gravidanza, o dei piccoli traumi dovuti a sport o esercizi in palestra praticati in modo scorretto a produrre delle cicatrici interne alla nostra colonna vertebrale.

Infine non possiamo dimenticare gli stress emotivi; molti studi europei e giapponesi hanno evidenziato una stretta correlazione tra eventi stressanti (che aumentano in modo evidente il tono e la contrattura di una parte della muscolatura della colonna e della masticazione) e gli episodi di Low-back pain.
Secondo alcuni ricercatori quando lo stress o un malessere grave passa resta il ricordo che si annida nei muscoli e nella fascia; successivamente basta un accenno, non necessariamente altrettanto grave, e la contrattura torna involontaria mente e con essa il dolore che pensavamo risolto definitivamente.

Il mal di schiena, secondo i dati forniti nel 2000 dall’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, è provocato da patologie della colonna vertebrale solamente nel 20% dei casi; più spesso è invece legato ad abitudini scorrette, posture errate, stress e sedentarietà.

Il mal di schiena (Low-back pain) è quindi un sintomo, non una malattia, e nella maggior parte dei casi i problemi, anche se di origine meccanica, sono causati da una perdita della funzionalità della colonna vertebrale nella sua componente più sensibile (muscoli, legamenti, fascia e disco).

mercoledì 4 gennaio 2012

La colonna vertebrale


La colona vertebrale è una struttura complessa con funzioni di sostegno, movimento e di protezione delle strutture nervose contenute nel canale vertebrale.
È costituita dal sovrapporsi in serie di segmenti ossei (vertebre), in modo tale da realizzare una colonna robusta in grado di sopportare carichi
Le vertebre sono 33, suddivise in
cervicali (sette vertebre),
dorsali (dodici vertebre),

lombari (cinque vertebre),
sacrali(cinque vertebre) e coccigee (quattro vertebre)
La colonna vertebrale, osservata di profilo,presenta la caratteristica curvatura a doppia S per permettere un migliore e più efficace assorbimento ed una distribuzione dei carichi dovuti alla forza di gravità.

Più precisamente nella struttura del rachide possiamo funzionalmente individuare
a. una colonna anteriore di sostegno, a prevalente funzione statica, rappresentato dal regolare sovrapporsi dei corpi vertebrali, del disco intervertebrale (anulus e nucleo) e L.L.P. (legamento longitudinale posteriore) e
b. una colonna posteriore, articolare e di moto, determinato dall’arco posteriore, dalle apofisi trasverse e spinose e dal successivo interconnettersi dei processi articolari vertebrali, con le rispettive strutture capsulo-legamentose (nel disegno in colore verde è rappresentato il legamento longitudinale anteriore o LLA).


martedì 3 gennaio 2012

Il disco intervertebrale

Il disco intervertebrale a diretto contatto dei corpi vertebrali è formato da due parti distinte:
1. Una parte centrale, il nucleo polposo formato da una sostanza gelatinosa costituita per oltre l’88% di acqua
2. Una parte anulare esterna, l’anello fibroso, caratterizzato da strutture fibro-cartilaginee disposte in una decina di strati concentrici attorno al nucleo centrale. La parte anteriore diretta verso l’addome è abitualmente più spessa e forte della corrispondente parte posteriore.
Il disco intervertebrale è una struttura non vascolarizzata e il suo nutrimento avviene per scambi metabolici secondo un meccanismo di pompa osmotica dai letti capillari presenti attorno. Questo meccanismo viene attivato da movimenti alternati di compressione e decompressione.
Inoltre il disco intervertebrale grazie alla sua struttura fibrosa posta concentricamente ad un nucleo centrale gelatinoso, è in grado di sopportare carichi di lavoro considerevoli, deformandosi e recuperando la sua altezza dopo la rimozione dello stress meccanico.
Se però a causa di alterazioni degenerative il disco modifica la sua capacità di svolgere tali compiti si avranno ripercussioni negative sulla dinamica della stazione eretta con conseguente danno strutturale


lunedì 2 gennaio 2012

fisiopatologia del disco

Se noi rimaniamo a lungo in posizioni che comportano un carico statico (ad esempio in stazione eretta o seduta) provochiamo, già dopo alcune ore, un arresto del ricambio per diffusione nel disco con una conseguente sofferenza, che, se si ripete frequentemente, rappresenta il primo passo verso la degenerazione discale.
Così il disco si disidrata, perde elasticità, si riduce di spessore, diviene più fragile e tende a sopportare i carichi con minor efficacia.
Sottoposto nel tempo a tali stress meccanici ripetuti, il disco perde le sue caratteristiche di resistenza e di elasticità e va incontro a rotture parziali anche gravi.

domenica 1 gennaio 2012

L' ernia del disco

Quando noi solleviamo un peso dal pavimento piegandoci in avanti ( con una flessione della colonna vertebrale), realizziamo un notevole impegno dei muscoli spinali posteriori che devono eguagliare e chiaramente superare la resistenza rappresentata dal peso del corpo flesso in avanti e dal peso sollevato.
Si produce in tal modo una tensione muscolare molto elevata, che a sua volta si trasforma in una forza compressiva sul complesso disco-vertebra. La struttura della colonna che si è dimostrata essere più sensibile a queste forze compressive è il disco intervertebrale.
Queste forze di compressione possono indurre in un disco non più sano delle microfessurazioni nelle fibre dell'anulus fibroso, all'interno della quali migra in parte la sostanza gelatinosa di cui è composto il nucleo polposo. Così la combinazione tra degenerazione dell’anulus fibroso e la pressione intervertebrale porta al prolasso del nucleo polposo attraverso l’anulus (bulgin discale ad ampio raggio - figura A).
Nella figura B viene graficamente rappresentato il momento della migrazione di parte del nucleo polposo attraverso l'anulus  (protusione discale) .
Mentre nella figura C si vede chiaramente la migrazione di parte del nucleo polposo verso il canale vertebrale ha dato origine all'ernia del disco che può essere contenuta o espulsa).

L'ernia del disco può andare a comprimere il nervo in uscita dal midollo spinale dando origine ad un quadro sintomatologico ben preciso: la lombosciatalgia

sabato 31 dicembre 2011

è sempre utile fare una radiografia?

Dal momento che le cause che producono il mal di schiena sono molteplici, come sono molteplici i fattori che predispongono a tale patologia, possiamo allora essere pienamente in accordo con recenti studi i quali sostengono che una parte delle lombalgie non richiede esami di alcun genere perché dal loro esito non consegue sempre una strategia terapeutica diversa.

Se però l’ernia, oltre a causare dolore alla schiena (lombalgia acuta o cronica), interessa anche una radice nervosa provocando una sciatalgia con alterazioni della sensibilità periferica e/o impotenza funzionale, allora una RM o una EMG potrebbe risultare fondamentale per suggerire al paziente di rivolgersi ad un Centro o Ospedale in grado di effettuare interventi mini-invasivi (es. ozono intradiscale), tralasciando qualsiasi altro intervento chirurgico ormai ritenuto inidoneo e inefficace.


Ricordiamoci però che, diagnosticare con esami per immagini (Tac o Rm) un'ernia del disco o una protusione discale o un restringimento del canale midollare prova definitivamente solamente una cosa: che il paziente ha un'ernia del disco o una protusione o una stenosi del canale, ma per correlare i suoi sintomi con la patologia rilevata dell'imaging radiologico serve anche una precisa diagnosi clinica.

Inoltre la sintomatologia determinata dall’ernia può in alcuni casi risolversi spontaneamente o con trattamenti conservativi (farmaci, terapia manuale ed esercizi posturali) senza che ci sia bisogno di ricorrere alla chirurgia: numerosi studi infatti hanno provato che le ernie del disco lombare, in alcuni casi, regrediscono del tutto o in larga parte, dopo un trattamento conservativo

domenica 23 ottobre 2011

Protocollo generale di trattamento

Premessa: prima di un consulto con il dott. Mario Testolin, occorre una visita preventiva del medico di base o di uno specialista, per escludere patologie mediche o medico-chirurgiche e inoltre essere già in possesso almeno di un esame radiologico RX, TAC, o RMN.

Prima di eseguire un trattamento osteopatico occorre infatti conoscere l'anamnesi medica e avere eseguito indagini radiologiche finalizzate alla verifica che non ci siano controindicazioni generali o specifiche al trattamento.
Successivamente si può iniziare con vari test e manovre che aiutano a formulare una valutazione funzionale generale e specifica del problema per cui siete venuti nello studio.

Si verificano le tensioni musculari degli arti superiori o inferiori, oltre a quelle della cerniera occipito-cervicale del tratto cervicale, del dorso e del tratto lombosacrale.
La situazione del pavimento pelvico e le tensioni degli organi interni direttamente collegati al diaframma tramite legamenti e tessuto connettivo (valutazione viscerale cranio sacrale).
E per finire si valuta il respiro cranio-sacrale e le eventuali restrizioni, limitazioni o tensioni sviluppate nell'ATM e nelle altre articolazioni del cranio, della bocca o del viso.


Ogni valutazione prevede un trattamento di sblocco o di rimozione delle restrizioni, limitazioni o tensioni. In questo senso il trattamento può prevedere manovre di riequilibrio cranio-sacrali e/o viscerali, oppure manovre correttive con tecniche di manipolazione miofasciale, o ancora l'uso dei pompage di M. Bienfait.











Cerchiamo con queste tecniche di dare un equilibrio biomeccanico che il corpo ha perso interpretando il dolore e i movimenti articolari e viscerali.
Non facendo naturalmente diagnosi medica, l’osteopatia non è alternativa alla medicina classica, ma integrativa, nel rispetto soprattutto del paziente in una cultura della salute.





martedì 18 ottobre 2011

Nuovi approcci diagnostici e terapeutici: la diagnosi


Giovedì 31 gennaio al Centro Congressi di Abano Terme (PD) si è tenuto un Corso di Aggiornamento con un tema accattivante: Mal di schiena: nuovi approcci diagnostici e terapeuti.
Non potevo di certo perdermi questo appuntamento che prevedeva alcuni importanti interventi tenuti da illustri specialisti italiani.

Il Prof. Ugo Salvolini, Direttore Istituto di Radiologia presso l'Università Politecnica delle Marche, ha tenuto una lezione magistrale di Anatomia Radiologica inquadrando fin da subito il problema fondamentale che il tema del corso poneva e che i successivi interventi del Dr. Izzo Roberto e del Dr. Muto Mario (entrambi operanti presso la Neuroradiologia del Cardarelli di Napoli) avrebbero amplificato.
La notevole complessità della biomeccanica vertebrale, unita a quella intricata della innervazione ed irrorazione vertebrale portano ad una ancora difficile comprensione e correlazione del dolore lombare alla diagnostica per immagini.
Infatti da molti studi, anche recenti, non sembra esserci un elevato grado di correlazione fra le anomalie che si riscontrano nelle comuni indagini radiologiche (Rx, Tac e Rm) e l'insorgenza del dolore lombare (Low-back pain ) essendone la prevalenza simile fra pazienti con e senza mal di schiena, come ho già scritto in altro post.
Poichè anomalie radiografiche si riscontrano anche in persone che non hanno mal di schiena in una percentuale del 40-50%, tutti i relatori hanno più volte sottolineato l'importanza dell'indagine clinica (la ricerca di segni e sintomi che possono essere correlati a determinate patologie).

Uno studio ha indagato 67 soggetti completamente asintomatici per mal di schiena, sciatica o claudicatio neurogena, mediante esecuzione di risonanza magnetica; i risultati sono stati valutati in cieco da un gruppo di neuroradiologi. In circa un terzo dei soggetti sono state rilevate anormalità. In riferimento all’età dei soggetti, nel gruppo con meno di 60 anni il 20 per cento aveva un’enucleazione del nucleo polposo e l’1 per cento un canale vertebrale ristretto.
Il 57 per cento dei soggetti con più di 60 anni mostrò anormalità: in particolare il 37 per cento aveva un’ernia del disco e il 21 per cento una stenosi spinale. Furono inoltre rilevate degenerazioni del disco intervertebrale o bulging discale nel 35 per cento dei soggetti più giovani e addirittura nella totalità dei pazienti più anziani (Boden 1990).In questo studio il paziente della Rx di sinistra
presentava un quadro radiografico
molto peggiore rispetto a quello di destra

senza avere una sintomatologia dolorosa.

Un altro studio pubblicato sul New England Journal of Medicine (Jensen 1994), effettuato con criteri simili, ha dimostrato che solo il 36 per cento dei 98 soggetti sottoposti a risonanza magnetica aveva la schiena radiologicamente in ordine. Questi risultati mostrano che l’anormalità rilevata con indagini sofisticate, come la tomografia computerizzata o la risonanza magnetica, è la norma.

Così tutti i relatori hanno con forza ed evidenza chiarito che prima di prendere qualsiasi decisioni di tipo interventistico, le anormalità rilevate con qualsiasi metodica diagnostica, anche in pazienti sintomatici, devono essere strettamente correlate a età, sintomi e segni clinici, come ha ribadito più volte nel suo intervento il Dr. Daniele Fabris, U.O.C. Chirurgia del Rachide, Padova.

sabato 15 ottobre 2011

Nuovi approcci diagnostici e terapeutici: quale terapia ?

Dopo aver letto il post precedente viene subito da chiedersi il perché si trovino così tanti e numerosi casi di persone asintomatiche con degenerazione del complesso disco-vertebrale della colonna; cioè perché ci sono tante persone che presentano un colonna vertebrale degenerata e non soffrono (o soffrono poco) di mal di schiena?

Con l'avanzare dell'età, oppure dopo traumi ripetuti (anche piccoli) tutti i tessuti connettivi (fasci, legamenti, cartilagine) vanno incontro ad alterazioni degenerative che tendono ad essere più marcate quanto maggiori sono le sollecitazioni funzionali a cui la struttura è sottoposta (lavori pesanti, posture scorrette mantenute nel tempo, eccessivo carico discale).

La colonna vertebrale poi va considerata come un complesso dinamico costituito da singole unità funzionali (il disco, le vertebre e le loro articolazioni, i legamenti e i muscoli e infine il midollo spinale) strettamente interconnesse ed interdipendenti; ne deriva che se qualcuna di esse non funziona anche le altre sono progressivamente compromesse.

Questi processi degenerativi vengono altresì accelerati e peggiorati da molti fattori sia meccanici sia non-meccanici (stress, problemi emozionali, disturbi viscerali, operazioni chirurgiche, neoplasie, infezioni, gravidanze).Ma se la causa del nostro "Mal di schiena" è solamente meccanica nel 20% dei casi e per il restante 80% risulta essere multifattoriale, allora anche la terapia deve essere multifattoriale, multidimensionale e multidisciplinare. E se fino ad una decina di anni fa si parlava quasi solo ed esclusivamente di intervento chirurgico nelle sue varie forme e sfumature (discectomia classica o microscopica, discolisi, nucleoaspirazione) ora l'evidenza scientifica è nettamente a favore di una terapia conservativa e di trattamenti mini-invasivi (infiltrazioni intraforaminali di ozono o di corticosteroidi )

La fisioterapia, l'osteopatia sia quella strutturale che quella che usa le tecniche miofasciali , sanno dare un importante supporto sia come approccio unico al problema (con tecniche specifiche in relazione alla natura del danno), sia come integrazione alla terapia medica, o come recupero in seguito ad intervento mini-invasivo.
Le tecniche rieducative si sono mosse in più direzioni, con l’unico intento di stravolgere un concetto estremamente radicato nella cultura tradizionalista che è quello del riposo.

Si è dimostrato infatti che, tranne in gravi casi d’instabilità vertebrale, lo stare a letto immobili protetti da tutori o corsetti, risulta nella stragrande maggioranza dei casi inutile, il più delle volte addirittura dannoso.
Si tratta allora di elaborare con il proprio fisioterapista un piano di trattamento mirato ed estremamente personalizzato che evidenzi e corregga le cause predisponenti, che individui le posizioni o i movimenti adeguati al recupero.
La terapia manipolativa risulta sicuramente utile e molte volte anche risolutiva della patologia

Santilli V, Beghi E, Finucci S. Chiropractic manipulation in the treatment of acute back pain and sciatica with disc protrusion: a randomized double-blind clinical trial of active and simulated spinal manipulations
Spine J. 2006 Mar-Apr;6(2):131-7. Epub 2006 Feb 3.



lunedì 10 ottobre 2011

Nuovi approcci diagnostici e terapeutici: l' Ozonoterapia

L'impiego di una miscela di gas costituita da Ossigeno - Ozono viene sempre più largamente utilizzata nel trattamento del dolore persistente del mal di schiena . Dopo le prime utilizzazioni nel dolore vertebrale , sia esso dovuto ad una patologia degenerativa della colonna o alla presenza di un'ernia discale, questo gas sembra avere un ruolo importante nel trattamento conservativo di patologie della colonna , traumatiche e non , che interessano anche muscoli , tendini e articolazioni.
La letteratura scientifica riconosce oramai ampiamente a questo particolare "farmaco" una efficacia terapeutica maggiore a quella di altri trattamenti *, sottolineando sia la bassa incidenza di effetti collaterali dovuti all'azione propria del gas, sia quella di complicanze relative alle tecniche di applicazione , qualora vengano attuate " da mani esperte e nel rispetto delle Linee Guida ".

Il Dr. Marco Leonardi, Primario Neuroradiologo dell’Ospedale Bellaria di Bologna, nella sua relazione ha illustrato i meccanismi di azione multipli che vengono innescati dalla somministrazione di ozono nei tessuti che compongono la colonna vertebrale. In questa azione si possono riconoscere almeno tre fattori:

1) una minore produzione dei mediatori della flogosi (infiammazione)

2) l'inattivazione dei metaboliti che agendo sulle terminazioni nervose inducono il dolore

3) un netto miglioramento della microcircolazione locale, con una migliore e più rapida eliminazione delle sostanze tossiche. Questo permette una rigenerazione delle strutture anatomiche lese; ciò spiegherebbe i frequenti effetti di riparazione della lesione che possono essere presenti nei controlli diagnostici strumentali eseguiti a distanza dal trattamento.

Tecniche di impiego dell' Ossigeno-Ozono nel dolore di origine vertebrale

1) Tecnica intraforaminale
Dopo aver localizzato con una RM l'ernia (figura A nella foto), sotto guida TAC e nel rispetto della sterilità si accede per via percutanea al forame intervertebrale attraverso il quale le radici nervose fuoriescono dal canale vertebrale. (figura B nella foto)
Ottenuta la conferma radiologica del corretto posizionamento dell'ago e dopo aver eseguito il test di aspirazione ( che scongiuri la puntura accidentale di un vaso sanguineo ), si procede alla lenta somministrazione della miscela di gas in volumi e concentrazioni adatte alle condizioni cliniche.
(figura C nella foto)
Risulta essere la tecnica più efficace e valida sia nelle patologie disco-radicolari (ernie) sia nella sindrome della faccette articolari che in caso di infiammazione legamentosa e muscolare paravertebrale.

2) Tecnica intradiscale
sotto guida TAC e nel rispetto assoluto della sterilità , si accede per via percutanea direttamente all'interno del disco intervertebrale; dopo esecuzione della discografia , si procede alla somministrazione della miscela di ozono, secondo le modalità sopra riferite.

3) Infiltrazione paravertebrale
si procede alla somministrazione della miscela di gas alla distanza di circa due cm. dalla linea mediana delle apofisi spinose. La somministrazione dell'ozono viene eseguita, previo test di aspirazione negativo, lentamente e a diversi livelli di profondità : muscolare e sottocutaneo.


* Bonetti M, Fontana A, Cotticelli B, Volta GD, Guindani M, Leonardi
Intraforaminal O(2)-O(3) versus periradicular steroidal infiltrations in lower back pain: randomized controlled study.


domenica 9 ottobre 2011

Per quanto tempo si deve rimanere a riposo ?


Il prolungato riposo a letto veniva un tempo considerato la terapia d'elezione per il mal di schiena.
Questo approccio si basava sulla considerazione che alcune persone godono di un sollievo almeno temporaneo in posizione distesa, ma anche sul dato fisiologico per cui la pressione a carico dei dischi intervertebrali è minore quando si assume la posizione supina.

Purtroppo ancora oggi troviamo non pochi medici di famiglia che consigliano le persone affette da mal di schiena di trascorrere una settimana di rigoroso riposo a letto.
Il timore che l'attività lavorativa possa aggravare la situazione e ritardare il recupero è completamente infondata.

Infatti alcuni recenti studi e revisioni sistematiche pubblicati sul Piano Nazionale delle Linee Guida confermano che i pazienti con mal di schiena acuto che continuano il più normalmente possibile a esercitare le loro abituali attività recuperano meglio di quelli che il riposo a letto sia di due che di quattro giorni.
Da questi studi risulta altre sì che le persone che si mantengono in attività, nonostante il dolore acuto soffrono in seguito molto meno di dolori cronici (sono considerati tali i dolori che durano almeno per tre mesi o più) e ricorrono ai servizi sanitari molto meno di quei pazienti che si sono messi a riposo in attesa che il dolore diminuisse.
Tuttavia, il fatto che il riposo a letto sia inefficace non significa che le persone possano rientrare immediatamente sul posto di lavoro. Alcune persone con attività fisicamente molto impegnative possono infatti non essere in grado di riprendere il lavoro cosi rapidamente come quelli che svolgono attività lavorative più leggere.
Tuttavia per le persone con mal di schiena è spesso utile riprendere a lavorare almeno in forma ridotta fino a che non si verifichi un recupero completo.